ARTE E SOLIDARIETÀ:

In questa breve nota vogliamo riassumere il significato ed il senso di una iniziativa del tutto particolare – intitolata appunto “Un sorriso dall’Africa” – che nasce e prende le mosse da una idea dell’artista Emiliano Paolini.

L’idea consiste nel fotografare il sorriso di venticinque studenti di filosofia non ancora laureati. Queste fotografie in bianco e nero verranno ingrandite (2m x 2m) e stampate su tela. Venticinque bambini africani, poi, interverranno su questi sorrisi esprimendosi liberamente attraverso l’uso di colori e pennelli. In ultimo saranno contattati altrettanti filosofi di professione ad ognuno dei quali verrà chiesto di apporre la propria firma in calce ad una delle venticinque fotografie.

Una volta tradotta in opera questa idea, si organizzerà una raccolta-fondi attraverso libere offerte e i fondi raccolti serviranno ad avviare un progetto di solidarietà nel Sudan del Sud – la costruzione di un ospedale con sala operatoria – dove opera il missionario laico Antonio Carovillano.

Qui vogliamo esclusivamente sottolineare il carattere peculiare di questa iniziativa. Non si tratta – almeno nelle intenzioni – di organizzare un progetto di solidarietà sull’occasione di un’opera d’arte: questo sarebbe ridurre l’opera a pretesto; non si tratta nemmeno di realizzare un’opera d’arte nobilitando l’operazione con finalità umanitarie il ché non solo ridurrebbe questa iniziativa a semplice pretesto, ma sarebbe anche profondamente immorale.

Nelle intenzioni dell’artista non si dà l’opera d’arte senza il progetto e viceversa. Chi voglia cogliere a pieno il valore e la portata dell’operazione tentata da E. Paolini deve cercare di porsi all’interno di questa tensione.

L’opera non è disgiungibile dal progetto, perché non vuole essere soltanto un prodotto della creatività dell’artista (la creatività lasciamola ai creativi!), ma vuole al tempo stesso testimoniare l’altro (l’altro uomo). D’altra parte il progetto non è disgiungibile dall’opera perché l’opera vuole mettere in questione le modalità stesse del nostro testimoniare l’altro.

La consapevolezza di tale ineliminabile tensione porta l’artista a non ridurre a rappresentazione l’altro che si vuole testimoniare – l’altro deve restare oltre, non deve essere ricondotto ai nostri schemi, anzi li deve scompaginare. Ed infatti nell’opera di E. Paolini l’altro non è rappresentato eppure la sua assenza è massimamente presente a tal punto che da questa oltranza riceviamo in dono qualcosa (un sorriso appunto). In verità non si tratta di questo o quel dono. Ciò che l’Africa ci insegna – nel momento in cui ci viene a visitare attraverso quest’opera – non è cosa donare, ma come donare. Ci insegna cioè a donare con gioia e gratuitamente così come è gratuito e gioioso il gesto dell’artista nell’atto del creare.

Molto altro si potrebbe scrivere intorno all’idea di E. Paolini (e noi qualcosa abbiamo scritto) – essa è un’idea veramente feconda e buona parte della sua fecondità sta nel fatto che essa resiste ad essere ricondotta all’ordine dell’economia, della politica, del progetto (foss'anche un progetto a carattere umanitario. Rispetto a tale ordine questa idea sembra stare oltre e sembra essere altro. Eppure il voler realizzare tale idea (a perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla? – si domandava Pasolini) porta inevitabilmente a confrontarsi con l’ordine della politica, dell’economia. L’idea non ha posto in tale ordine, lo eccede continuamente – rispetto a questo essa ha lo statuto dell’utopia. Eppure quando ci si attiva per realizzare tale idea è facile restare impigliati in dinamiche che ad essa non appartengono e che di fatto la tradiscono o deformano o strumentalizzano. Ciò è inevitabile. L’unico modo per far fronte a questa non facile situazione è mettere in opera questa stessa tensione avendo la consapevolezza di stare lavorando ad un progetto improgettabile che più che riposare su di un calcolo, ha il carattere arrischiato di una scommessa.

Stefano Valente (Coordinatore e relatore del progetto)
stefanovalente71@gmail.com

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