L'IDEA E LA GENESI:

L’idea consiste nel fotografare il sorriso di venticinque studenti di filosofia non ancora laureati. Queste fotografie in bianco e nero verranno ingrandite (2m x 2m) e stampate su tela. Venticinque bambini africani, poi, interverranno su questi sorrisi esprimendosi liberamente attraverso l’uso di colori e pennelli. In ultimo saranno contattati altrettanti filosofi di professione ad ognuno dei quali verrà chiesto di apporre la sua firma in calce ad una delle venticinque fotografie.

Questa idea, concepita dall’artista Emiliano Yuri Paolini, costituisce la parte centrale di un progetto di solidarietà, volto alla costruzione nel Sudan del Sud di un ospedale munito di sala operatoria e reparto di degenza; progetto che sarà organizzato e realizzato dal missionario laico Antonio Carovillano (con il quale E. Y. Paolini ha già collaborato) nella forma di una raccolta-fondi ovvero attraverso le libere donazioni di quanti vorranno contribuire concretamente alla riuscita di questo progetto d’arte e solidarietà ideato dal giovane artista romano.

Quanto qui di seguito andrò scrivendo non è altro che la raccolta di alcune suggestioni che quest’idea del caro amico Emiliano ha suscitato in me.

Sono più di due anni che periodicamente Emiliano mi parla di questo progetto e – devo essere sincero – all’inizio non mi aveva particolarmente convinto perché mi sembrava una idea che con una campagna di solidarietà (come quelle che di solito si vedono qui da noi in Europa) avesse poco o addirittura niente a che fare – cosa c’entrano 25 sorrisi colorati di 25 studenti di filosofia sottoscritti da 25 filosofi già affermati con l’Africa e con una raccolta di fondi finalizzata alla realizzazione di un qualche progetto umanitario in quella terra non troppo lontana??!!

Poi ho cominciato a comprendere che proprio la stranezza di questa idea (idea strana non tanto in sé quanto se connessa con una iniziativa di solidarietà) poteva essere la sua forza.

Ho cominciato a capire che l’intenzione più o meno presente alla mente di Emiliano non era solo quella di organizzare una campagna di solidarietà con al centro un’opera d’arte, ma era piuttosto quella – molto più ardita – di allestire una campagna di solidarietà attraverso un’opera d’arte che dal suo stesso interno mettesse in questione il modo tradizionale con cui di solito si approntano opere al fine di raccogliere fondi per questo o quel progetto umanitario o solidale.

Innanzitutto non ci si preoccupa minimamente di rappresentare l’Africa. Non si presenta al destinatario dell’opera e della stessa campagna un macilento bambino africano col ventre gonfio e col viso circondato dalle mosche e magari con un avvoltoio alle spalle (come è avvenuto in una recente e famosa foto già pluripremiata). Anzi l’Africa ed i suoi molti problemi non sono minimamente rappresentati (ma ciò non vuol dire che non siano presenti all’artista).

Questo già è un indizio importante che sta quasi a dire: mettiamo almeno per un momento in crisi la nostra preconcetta immagine che abbiamo dell’Africa come di un continente che debba chiedere tutto e non abbia nulla da dare.

È significativo il fatto che Emiliano voglia intitolare questa campagna “Un sorriso dall’Africa” e non – come all’inizio aveva pensato – “un sorriso per l’Africa”.
Non siamo noi a fare l’elemosina all’Africa, ma è l’Africa che in primo luogo ha qualcosa da donarci – appunto un sorriso.

La scelta di non rappresentare l’Africa (in maniera più o meno stereotipata) vuol dire che l’altro da noi si sottrae ai nostri schemi e alle nostre logiche (non solo di dominio), le quali ci portano ad avere dell’Africa una immagine in cui gli stessi africani non si riconoscerebbero mai!

Così l’assenza dell’altro – in quest’opera di Emiliano – diventa una assenza massimamente presente; e in tal modo cominciamo a sentirci un pò spiazzati, non ci orientiamo più; o meglio: l’orizzonte delle nostre certezze (tutto quello che di solito diciamo e pensiamo dell’Africa) comincia ad essere letteralmente bucato da questi sorrisi colorati che ci vengono (loro!) a visitare. In tal modo veniamo sin dall’inizio messi in questione.

Al posto della nostra solidarietà – che spesso non è altro che una carità pelosa fatta soprattutto per non vedere e per tacitare la nostra coscienza a buon mercato – ci viene insegnato un nuovo modo di donare (e di ricevere) doni. Emiliano stesso mi ha detto che sua volontà non è quella di invitare alla solidarietà – questo non gli basta. Emiliano vuole che si doni all’altro con la stessa gratuità che sta alla base di ogni verace gesto artistico. La nostra solidarietà sarà vera solidarietà non nella misura in cui raccoglierà grandi somme o realizzerà grandi progetti, ma solo se noi diventeremo capaci di donare con la stessa gratuità con cui un artista realizza la sua opera per poi donarla al nostro sguardo meravigliato.

Emiliano con quest’opera ci dice ancora di più: ci dice che il dono per essere dono deve essere dono donato – ecco perché a gettare il colore sulle tele sono bambini africani. Questi bambini sono presenti nell’opera di Emiliano, ma non sono rappresentati. I destinatari di questa strana campagna di solidarietà per l’Africa prima di ricevere qualcosa da noi sono loro a donare qualcosa a noi: tutti i colori che colorano l’Africa e che noi non siamo più capaci di vedere troppo abituati all’immagine in bianco e nero del grande continente, che i nostri mass-media troppo spesso ci trasmettono.

Il dono è dono donato perché non si tratta semplicemente di donare questo o quello (soldi, cibo, beni materiali, scuole ecc.), ma si tratta bensì di donare se stessi insieme al nostro dono – tutto questo è espresso nell’opera di Emiliano dal gesto compiuto dai bambini africani: ovvero lo spruzzo casuale di vernice colorata sulle foto che ritraggono il sorriso di giovani studenti di filosofia (quanta speranza in questi sorrisi che bucano l’orizzonte plumbeo delle nostre coscienze… ma di questo non ora).

Il gesto di solidarietà deve essere gratuito come il gesto dell’artista – ci dice Emiliano – e tale gesto deve non solo avere la freschezza e la spontaneità gioiosa della creazione artistica, che dona senso e bellezza al mondo, ma deve essere dono donato: ogni dono deve essere innanzitutto prima un donare se stessi insieme al dono, altrimenti il nostro gesto di solidarietà non fa che ribadire la distanza tra noi ed il bisognoso (distanza che è frutto della nostra ingiustizia) nel momento stesso in cui noi tendiamo la nostra mano per eliminare questa stessa distanza, che in tal modo non facciamo altro che sancire.

Ma Emiliano ci dice anche che noi non siamo più capaci di donare così e allora chiama a partecipare alla sua opera proprio i bambini dell’Africa per chiedere loro di insegnare di nuovo a noi la gioia della vita, la gioia del dare gratuitamente, la gioia di donare non solo questo o quello, ma la gioia di donare noi stessi (di quanta gioia è capace l’Africa nonostante le sue molte difficoltà!?).

Siamo noi – sembra dire Emiliano – che abbiamo bisogno dell’Africa e non è solo l’Africa ad avere bisogno di noi.

L’Africa è il nostro futuro e non solo e non tanto un continente sottosviluppato bisognoso di tutto ed incapace di darci nulla.

È l’Africa che ci dona un sorriso. È l’Africa che pur nelle sue miserie è capace di sorridere e proprio per questo solo lei è capace di donarci un sorriso.

Tale sorriso l’Africa comincia ad insegnarlo ai giovani studenti di filosofia – studenti che nell’opera di Emiliano rappresentano il nostro futuro. Qui viene la parte che più mi coinvolge essendo io uno studente di filosofia.

Spesso i giovani che si iscrivono alla facoltà di filosofia sono persuasi più o meno nascostamente (e anch’io lo sono stato) che basti pensare bene per salvare il mondo. E inesorabilmente viene il momento in cui questa folle fiducia nella filosofia viene meno e con lei viene meno anche la gioventù ed insieme ad essa il sorriso.

Quello che colpisce nell’opera ideata da Emiliano è – se così mi posso esprimere – oltre al basso tasso di creatività artistica (un getto di vernice colorata – quasi il grado zero della pittura) il basso tasso di contenuto ideologico.

A essere rappresentati sono i sorrisi (e qui è presente un rinvio alla tematica del volto che è per più versi centrale nella filosofia contemporanea – vedi per esempio Levinas) di giovani studenti di filosofia – cioè i filosofi che verranno.

Sorridono e non parlano. Il loro tacere non è conseguenza dell’assurdità della sofferenza del mondo davanti alla quale ogni filosofo ed ogni artista deve ammutolire. La bocca di questi giovani studenti di filosofia non è chiusa, muta. Emiliano non sembra rifare il verso a quanti nel Novecento si sono chiesti pieni di desolazione: come è possibile l’arte, come è possibile la filosofia dopo l’Olocausto?

No, Emiliano non riempie la loro bocca delle parole retoriche e pericolose delle ideologie di ieri o di domani, né lascia queste labbra chiuse e mute di fronte all’orrore. Le labbra dei filosofi di domani sorridono!

In questa opera ancora non realizzata da Emiliano (e qui ricordo Pasolini che ironicamente si chiedeva: “perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?”) l’arte insieme alla filosofia fanno – come dire – un passo indietro, ma non per congedarsi dalla scena del mondo dopo il loro fallimento (Emiliano non è mai stato un nichilista). Arte e filosofia fanno un passo indietro per far posto all’altro, per testimoniare l’altro, per accogliere l’altro… L’arte e la filosofia si presentano al loro grado zero: l’arte si riduce al puro e gratuito gesto, mentre la filosofia nel sorriso dei giovani studenti ritorna a quel senso di meraviglia che segna l’inizio di ogni filosofare.

La filosofia e l’arte così ridotte al loro stato nascente fanno un passo indietro per lasciare il posto, per cedere il passo all’altro così da imparare a riceversi dall’altro invece di ricondurre l’altro alle proprie logiche rappresentative e ai propri schemi di pensiero.

In ultimo le firme dei filosofi di professione: col loro apporre la propria firma in calce a queste fotografie, che ritraggono i sorrisi di quelli che potrebbero e sono loro allievi e scolari, stanno ad indicare come chi oggi ha il compito di formare le nuove generazioni (di cui i giovani filosofi in questione sono il simbolo) debba sottoscrivere l’impegno a lavorare per un futuro di solidarietà che vada al di là dei nostri schemi e delle nostre ideologie, che, se non messi in questione dall’interno, alla fin fine sono quelli che spengono il nostro sorriso.

La filosofia e l’arte fanno un passo indietro per lasciare spazio e tempo all’altro. Ciò non vuol dire solo mettere al centro l’uomo. La prima cosa a cui ho pensato non appena Emiliano mi ha raccontato pieno di ardimento l’idea di quest’opera è stata la famosissima opera di Raffaello “La scuola di Atene”. Quasi scherzando dissi all’amico: “La tua idea non è poi così originale, Raffaello ti ha preceduto!!!”. Poi ho capito che scherzavo solo fino ad un certo punto. In fondo – e lo voglio dire con tutto il rispetto – quest’opera di Emiliano mi appare (e spero non solo a me) come la Scuola di Atene dei nostri giorni, ma con una fondamentale differenza… L’opera di Raffaello è uno dei culmini di quel Rinascimento che si contraddistingueva per il fatto di mettere al centro l’uomo, mentre l’opera di Emiliano non mette al centro semplicemente l’uomo, bensì mette al centro l’altro uomo – il che non è lo stesso.

Quest’opera di Emiliano per molti versi ci spiazza; certamente ha spiazzato me che pure seguo Emiliano almeno dal 1997. Spero con tutto il cuore che Emiliano riesca a realizzare questo ambizioso progetto e riesca ad esprimere efficacemente con i mezzi della sua arte tutta la forza che è certamente contenuta in questa sua idea.

Quelle che qui ho raccolto un pò alla rinfusa (secondo l’ordine con cui mi venivano alla mente) sono solo alcune delle suggestioni che quest’opera ideata (vorrei dire: sognata e da lungo tempo) dal caro Emiliano ha suscitato in me, anche se non in modo immediato – ci sono voluti circa due anni prima che io mi lasciassi convincere dall’amico a collaborare con lui a questo grande progetto.

Ma appunto perché si tratta di un grande progetto non possono bastare né le forze del solo Emiliano, né i miei modesti contributi critici; serve una vera e propria equipe che organizzi nei suoi molteplici aspetti non solo la realizzazione di quest’opera, ma la stessa campagna di solidarietà di cui l’opera sognata da Emiliano sta al centro. Questi miei appunti vogliono essere solo un modesto contributo alla realizzazione di un tale progetto.

[Ho voluto qui riproporre a mò di testimonianza il testo da me scritto circa tre anni fa quando tutto era stato ancora soltanto sognato].

Stefano Valente (Coordinatore e relatore del progetto)
stefanovalente71@gmail.com

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